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  • Giovanni Orlando

Persone: a tu per tu con Fabio Barnaba


Sono le persone che fanno la musica, e alla Joe Black Production tutti – dal cantante che ci mette la faccia e la voce al produttore che lavora dietro le quinte di ogni brano – lavorano con passione ed energia ad ogni progetto. Ogni mese una di queste persone ci dirà la sua sul mondo della musica, sul proprio modo di vedere la crescita professionale ed artistica, sulle proprie esperienze e aneddoti di questo mondo fantastico che ripaga del duro lavoro con emozioni indescrivibili.

Nel tempo la Joe Black Production ha avuto il piacere di fregiarsi di collaborazioni con alcuni tra i professionisti più illustri e quotati del settore musicale. Per questo, unendo la nostra identità di etichetta emergente con l’obiettivo sempre fisso di essere ponte tra i giovani talenti emergenti e il mondo della musica professionale, inauguriamo oggi una rubrica che ci accompagnerà sempre nel nostro percorso: Persone.

Nostro ospite oggi presso l'Avalon Studio di Leporano (TA) è Fabio Barnaba – qui la sua Biografia – compositore, musicista e arrangiatore giovane ma con un curriculum di tutto rispetto. Collabora ormai stabilmente con la Joe Black Production e fa parte, a tutti gli effetti, della famiglia.

Ma come mai un professionista del tuo calibro, arrivando qui nel nostro giovanissimo Avalon studio per un progetto, ha deciso di prolungare il suo soggiorno a Taranto? (ricordiamo che Fabio Barnaba risiede ormai stabilmente a Londra, nda)

Arrivando qui si è creata subito una bella chimica con voi, l’ambiente che ho trovato è appassionato, è fatto di gente che ama ciò che fa e si diverte tantissimo. E’ questo che mi ha colpito e mi ha convinto a rimanere con voi, al di la del singolo progetto.

Tu vieni da Taranto, il tuo talento e il tuo percorso professionale ti hanno portato lontano da qui ma a Taranto torni spesso e per molti progetti diversi. Come è stato nel corso del tempo dividersi tra progetti ed iniziative più sotto i riflettori – si pensi alla tua collaborazione alla realizzazione dell’ultimo disco di Nek – rispetto a progetti locali, più legati al territorio, come le collaborazioni con gli istituti di formazione che hai portato avanti nella nostra città?

Io prendo tutti gli impegni come se fossero sempre importanti. Quando sono in giro per l’Italia, o per l’Europa come accade ora con dei progetti che ho a Londra, cerco di metterci sempre il massimo impegno. Non esistono progetti meno importanti.

Ma cosa percepisci di diverso tra i progetti che ti vedono al fianco di grossi professionisti del mondo della musica e gli impegni che ti mettono accanto ad artisti emergenti, più giovani ed emozionati all’idea di entrare in questo mondo che appare così lontano?

Guarda, come dico sempre, l’importante è stare bene, divertirsi e fare musica con criterio e dedizione. Poi certamente capita di incontrare giovani più inesperti, che faticano a fidarsi del lavoro di altri e talvolta pongono dei limiti o dei paletti non tenendo conto di come funziona realmente il mondo dell’industria musicale. Purtroppo l’aspetto che riguarda promozione, marketing e burocrazia è così vasto che bisogna avere competenze adatte per capire come muoversi ma per fortuna esistono realtà come la vostra (JBP) che si occupano anche di questo. Io cerco sempre di tranquillizzare i giovani artisti ma mi rendo conto che è sempre un passaggio molto difficile per chi si avvicina alla professione.

Hai centrato il punto. Il nostro ruolo, come etichetta indipendente, è quello di colmare proprio questo vuoto tra i ragazzi giovani, talentuosi, seri e professionali e il mondo della musica professionale. Va detto che questo settore purtroppo viene visto come molto legato a meccanismi ingiusti, fatti di compravendite più che di “stato dell’arte” della musica. Noi siamo molto felici di aver visto la tua collaborazione con noi sedimentarsi e qui ti chiedo: è giusto pensare che sia tornato anche tu a quando eri un giovane musicista armato di passione?

Io mi sento ancora un giovane musicista, quasi emergente! Non mi sento per niente arrivato, e forse non si arriva mai.. è la maledizione degli artisti: non essere mai soddisfatti. Infatti l’aria famigliare che si respira qui nel vostro studio mi fa ricordare le bellissime serate di un po’ di anni fa passate in sale prova con i vecchi gruppi di cui facevo parte o le nottate in casa a fare arrangiamenti e studiare partiture. La Joe Black Production sta facendo un gran lavoro per questi ragazzi che si avvicinano al mondo musicale, che molti vedono comunque lontano.

Ma è poi così lontano questo mondo?

Ci sono delle regole, è inutile negarlo. Ma se un artista fa musica con piacere, con amore, con criterio, prima o poi la buona musica arriva. Vorrei dire ai ragazzi che purtroppo pensano all’aspetto macchinoso del mondo della musica di non lasciarsi condizionare dal fattore poco creativo. La chiave è fare musica per se stessi e per la gente che ha voglia di ascoltare buona musica e che vuole emozionarsi, amare questo mestiere e non prenderlo come un lavoro di routine come gli altri.

Noi nel tempo abbiamo incontrato diversi professionisti, e ciascuno di loro aveva più o meno una propria ricetta per crescere come artista, avere una propria identità e portarla fuori. Ecco, portarla fuori è il nostro lavoro ma, secondo te, qual è il modo per diventare un artista completo, un musicista vero.

La mia ricetta è ascoltare tanta buona musica, di tutti i generi, perché ci sono artisti veramente validi in tutto il mondo che magari non hanno avuto la fortuna di altri meno bravi. Fare un ascolto attento a cogliere tutti gli elementi caratteristici di ogni genere, se non di ogni artista, per poi anche copiare, in fase di studio – perché non c’è niente di male nel copiare o ispirarsi ai grandi artisti, lo fanno tutti, anche Rachmaninov prendeva ispirazione da Debussy o Ravel – ma è importante avere una “tavolozza di colori” ampissima da cui poter attingere di volta in volta trovando alla fine il proprio stile, la propria impronta inconfondibile.

Qual è invece il tuo rapporto con i classici? Per ogni genere ci sono dei grandi da cui non si può prescindere ma che a volte sono difficili da “ignorare” nel processo creativo. Credi che sia meglio cominciare già lontani dai classici o bisogna farne invece materia di studio all’inizio per poi muoversi alla ricerca delle perle più nascoste?

Io credo che il bagaglio culturale sia importantissimo, bisogna conoscere ciò di cui si parla. Però contemporaneamente si deve cominciare ad ascoltare i brani meno noti, o ignoti, con l’orecchio del musicista e la voglia di lasciarsi ispirare dalle idee migliori. Per esempio ora si sta facendo strada quello che per me è un genio, Ed Sheeran, che compone, scrive e suona alla grande. Io l’ho scoperto 3 anni fa al cinema durante i titoli di coda de Lo Hobbit. Era suo il brano, I See Fire, ed io ero lì non sapendo chi stessi ascoltando. Subito con la app ho scoperto questo artista che adesso sta venendo fuori davvero alla grande.

A proposito di grandi artisti e di classici, tu hai avuto l’occasione di suonare con Lucio Dalla. Proprio in questi giorni ricorre il terzo anniversario dalla sua scomparsa, che ha sconvolto tutti. Cosa ti è rimasto di questo grande artista che si è distinto per la sua continua ricerca di sonorità e contaminazioni artistiche sempre nuove quando non era facile come oggi andarle a scovare?

Cosa mi è rimasto… ho un ricordo di un’esperienza fantastica. Era credo il 2005 e ho fatto con lui un mini-tour come pianista dell’orchestra sinfonica. Lui era straordinario, di un’umiltà disarmante, che non ti aspetteresti da un personaggio del genere. Io mi rivolgevo a lui chiamandolo Maestro e lui mi rispondeva “guarda che qui il maestro sei tu!” ma era difficile per me chiamarlo Lucio! Durante un concerto in uno spazio enorme, una cava invasa da un mare di gente - non ricordo quante persone – suonavamo in scaletta “Caruso” verso la fine dello spettacolo. Non appena ho attaccato con quelle inconfondibili quattro note ho sentito alla mia destra un boato incredibile, ho avuto un brivido fortissimo e sono rimasto completamente paralizzato. Il direttore d’orchestra mi fissava, aspettando che ricominciassi a suonare mentre Lucio Dalla era lì sul palco che mi guardava e sorrideva. Avevo 25 anni ed è stata un’esperienza davvero indimenticabile.

Insomma, la ricetta di Fabio Barnaba è passione – infinita passione - , studio e tanti ascolti e noi non potremmo essere più d’accordo di così.

Se avete delle domande o volete commentare l’articolo scrivete a attilio.grisi@joeblackproduction.eu oppure su Twitter @attilagrisi.

A presto e buona musica!

Attilio Grisi

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